Sette Opere di Misericordia

1606-1607 Olio su tela, Pio Monte della Misericordia, Napoli

In questa complessa sintesi compositiva, l’artista cala il sacro nel fermento dei vicoli napoletani, elevando la vita di strada a teatro della grazia divina. L’opera riflette l’evoluzione stilistica di Caravaggio verso una pittura più cupa e inquieta, capace di scorgere esempi di virtù e misericordia tra le ombre del peccato e della ribellione.

Le sette opere di misericordia sono così raffigurate:

  1. Dar da mangiare agli affamati: tratto da un episodio della storia romana, è rappresentato dall’episodio di Cimone che, condannato a morte per fame in carcere, fu nutrito dal seno della figlia Pero e per questo fu graziato dai magistrati che fecero erigere nello stesso luogo un tempio dedicato alla Dea Pietà. Sullo stesso luogo fu poi edificata la basilica di San Nicola in Carcere. I due personaggi costruiscono l’iconografia della Caritas romana, di cui risalta il particolare della goccia di latte sulla barba del vecchio che sta bevendo dal seno della figlia, che per il soggetto ritratto fu utilizzato ancora una volta, com’era consuetudine per il Caravaggio, la figura della cortigiana Fillide Melandroni.
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  3. Dar da bere agli assetati: è rappresentato da un uomo in secondo piano a sinistra che beve da una mascella d’asino, iconografia di Sansone, che nel deserto bevve l’acqua fatta sgorgare miracolosamente dal Signore. Stando al racconto biblico, questa raffigurazione è l’unica che in senso stretto discosta dalle altre, poiché non vede l’intervento dell’uomo in soccorso ad un altro uomo, bensì quello divino.
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  5. Vestire gli ignudi: è la storia raffigurata dai personaggi posti in primo piano, dov’è una figura di giovane cavaliere, san Martino di Tours, che fa dono del suo mantello ad un uomo dalla posa michelangiolesca visto di spalle e sdraiato a terra. Quest’ultimo secondo la critica pare sia frutto di un modello classico usata dal Caravaggio, alla stregua del Galata morentegià in collezione Ludovisi (l’opera tuttavia non poteva essere concretamente quella in quanto la scultura antica fu rinvenuta solo nel 1623).
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  7. Ospitare i pellegrini: è riassunto da due figure, l’uomo in piedi all’estrema sinistra che indica un punto verso l’esterno della composizione, a mo’ di invito al pellegrino, raffigurato come san Giacomo, con l’attributo della conchiglia sul cappello e del bordone in mano (segno del pellegrinaggio a Santiago de Compostela), dietro al quale si scoverebbe un terzo personaggio, probabilmente pellegrino anch’egli, che si evince dalla presenza del solo orecchio che esce dal buio dello sfondo.
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  9. Curare gli infermi: allo stesso santo dell’opera di vestire gli ignudi è legata la figura dello storpio in basso nell’angolo più buio a sinistra della scena, disteso e con le mani congiunte in preghiera che chiede aiuto a Martino di Tours, anche questo un riferimento alla sua agiografia.
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  11. Visitare i carcerati: tratto da un episodio della storia romana, l’opera misericordiosa viene raccontata dagli stessi personaggi di quella di dar da mangiare agli affamati, con Pero che fa visita in carcere al padre, Cimone.
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  13. Seppellire i morti: è raffigurato sulla destra in secondo piano con il trasporto di un cadavere, di cui si vedono solo i piedi lividi, da parte di un portatore mentre un diacono che regge la fiaccola fa luce sul percorso.